Dal corpo guardato al corpo sentito
Quando arrivai a Londra per studiare Psicologia avevo vent’anni. Avevo lasciato l’Argentina ed ero entrata in una vita completamente nuova: un’altra lingua, un’altra città, un appartamento per studenti che ancora non conoscevo, una libertà desiderata e tutta da imparare.
Ricordo una cosa molto concreta di quel primo giorno. Appoggiai le valigie nella stanza, accesi la musica e cominciai a ballare.
Non stavo facendo una pratica. Ero semplicemente sola, finalmente in uno spazio mio, e il mio corpo fece qualcosa prima che io potessi spiegarlo: si mise a danzare. Credo che in quel gesto ci fosse già una parte importante del desiderio che mi aveva portata fin lì. Libertà, espressione, possibilità di essere diversa da come ero stata fino a quel momento.
Molti anni dopo avrei incontrato una parola capace di dare un nome a qualcosa che avevo iniziato a intuire attraverso esperienze come quella: embodiment.
Tradurla semplicemente con “incarnazione” non restituisce fino in fondo il suo significato. Per me parla soprattutto della possibilità di abitare il corpo dall’interno: non soltanto averlo, guardarlo, valutarlo, disciplinarlo o prendercene cura, ma riconoscerlo come parte della nostra esperienza e della nostra capacità di conoscere noi stesse.
Dal corpo guardato al corpo sentito
Nel precedente capitolo di Geografia del Femminile Consapevole, Riprenderci il corpo, ho parlato dello sguardo e di quanto presto noi donne possiamo imparare a guardarci da fuori: come appaio? Come mi vedono? Il mio corpo corrisponde a ciò che dovrebbe essere?
La filosofa Iris Marion Young, nel suo celebre saggio Throwing Like a Girl, ha mostrato come questa esperienza non riguardi soltanto l’immagine corporea. Le aspettative sociali possono entrare nel modo stesso in cui una donna occupa lo spazio, si muove, usa la propria forza e percepisce le proprie possibilità.
L’auto-oggettivazione, quindi, non riguarda soltanto lo specchio. Può diventare un modo di stare nel corpo.
Posso danzare chiedendomi come sto apparendo oppure sentire ciò che accade mentre danzo. Posso essere dentro un abbraccio continuando a controllare la situazione oppure accorgermi del mio respiro, del contatto, del desiderio di avvicinarmi o di prendere distanza. Posso attraversare un’emozione cercando immediatamente di comprenderla oppure riconoscere, prima ancora di darle un nome, la gola stretta, il ventre contratto, il respiro quasi immobile.
Riprenderci il corpo è allora soltanto una parte del percorso. Rimane una domanda più intima: sappiamo ancora sentirlo da dentro?
Quando il corpo entra nella ricerca interiore
La ricerca interiore mi accompagna da molto tempo. A diciotto anni iniziai il mio primo percorso di psicoterapia perché desideravo conoscermi. Ho continuato per molti anni, mentre studiavo Psicologia a Londra e successivamente in Italia.
La psicoterapia è stata una parte importante del mio percorso. La parola, la relazione, la possibilità di ricostruire la propria storia e riconoscere i propri meccanismi possono aprire spazi enormi di comprensione.
A un certo punto, però, iniziai a sentire il bisogno che anche il corpo entrasse nei percorsi che sceglievo.
Non necessariamente avevo bisogno di capire di più. Avevo bisogno di fare esperienza in un altro modo di ciò che stavo comprendendo.
Respirare più profondamente. Permettermi di piangere. Ridere con tutto il corpo. Sciogliere le spalle e accorgermi di quanto spesso le tenevo contratte. Muovermi spontaneamente senza sapere prima quale movimento avrei fatto. Stare nella natura sentendo di appartenervi e recuperare qualcosa della mia parte istintiva, spontanea, anche selvaggia.
La meditazione, lo yoga, il respiro e soprattutto la danza sono diventati negli anni parte di questa ricerca.
Non hanno sostituito la comprensione. Le hanno dato un corpo.
Il corpo sa cose che non abbiamo ancora formulato
Una delle scoperte più semplici per me è stata accorgermi che spesso trattenevo il respiro. Respiravo poco, in superficie, soprattutto in alcune situazioni emotivamente intense.
Scoprire che potevo respirare e rimanere cambiò qualcosa. Potevo respirare dentro un abbraccio senza sottrarmi immediatamente. Potevo restare con un’emozione difficile qualche secondo in più. Potevo accorgermi che qualcosa mi piaceva oppure che non mi piaceva affatto.
Il respiro non risolveva quello che stava succedendo. Mi permetteva di esserci.
Lo psicoterapeuta e filosofo Eugene Gendlin ha utilizzato il termine felt sense per indicare quel sentire corporeo ancora poco definito che contiene qualcosa della nostra esperienza prima che riusciamo a formularlo chiaramente attraverso le parole.
Il corpo registra continuamente differenze: espansione e contrazione, interesse e ritiro, agio e allerta, desiderio di avvicinarsi e bisogno di distanza. Questo non significa che ogni sensazione contenga una verità infallibile o debba essere seguita. Significa che ciò che sentiamo può partecipare alla nostra possibilità di comprendere.
Ed è qui che l’embodiment diventa qualcosa di molto concreto.
Comprendere qualcosa e riuscire a viverlo
Possiamo parlare per anni di qualcosa che ci fa soffrire. Possiamo conoscerne le origini, riconoscere gli schemi che ripetiamo e raccontare con grande lucidità ciò che ci accade.
Tutto questo ha valore. Ma comprendere la propria storia e riuscire a viverla diversamente non sono necessariamente la stessa cosa.
In alcuni passaggi del mio percorso ho sentito qualcosa fare davvero click quando ciò che avevo già compreso ha potuto diventare esperienza. Un pianto finalmente lasciato andare. Un respiro più ampio. Un movimento che non mi ero mai permessa. Un no che non apparteneva soltanto alle parole, ma attraversava anche la voce e la postura.
Capire di avere diritto a occupare spazio e sentire il proprio corpo che finalmente lo occupa non sono la stessa cosa. Sapere che possiamo dire di no e riuscire a sentire quel no mentre prende forma non sono la stessa cosa.
Per molte esperienze, la comprensione attraverso le parole acquista una profondità diversa quando anche il corpo può essere incluso nel processo.
La psicologa Hillary McBride ha dedicato una parte importante del suo lavoro proprio all’embodiment e alla possibilità di recuperare una relazione con il corpo vissuto dall’interno. Una prospettiva che considero preziosa anche per un’altra ragione: tornare al corpo non dovrebbe diventare un nuovo obbligo.
Ascoltare senza forzare
Non sempre essere pienamente nel corpo è stato possibile e non sempre allontanarcene è stato un errore.
In alcuni momenti della vita ridurre il sentire, irrigidirsi, trattenere o prendere distanza da ciò che accade dentro può essere stato il modo che abbiamo trovato per attraversare qualcosa che, in quel momento, era troppo.
Per questo non penso all’embodiment come a una condizione ideale da raggiungere.
Anche nel movimento non si tratta di spingere il corpo a esprimere qualcosa. In un contesto protetto e rispettoso possiamo creare le condizioni per ascoltare ciò che emerge, conservando sempre la possibilità di fermarci, cambiare movimento, prendere distanza o semplicemente non fare.
Abitare il corpo è una relazione che si coltiva.
Può cominciare da cose molto semplici: accorgermi che sto trattenendo il respiro mentre parlo con qualcuno; sentire che qualcosa si contrae mentre dico sì; percepire davvero l’appoggio dei piedi mentre cammino; mettere una musica e muovermi per qualche minuto senza guardarmi; riconoscere che desidero rimanere in un contatto oppure uscirne.
Non deve necessariamente accadere qualcosa di straordinario. Stiamo ampliando le informazioni con cui possiamo incontrare la nostra esperienza.
La danza e la libertà sentita
Per me la danza è stata uno dei canali più importanti di questo percorso.
Ho danzato da sola, alle feste, nei workshop, nei percorsi e nelle formazioni. Attraverso diverse pratiche di movimento e, più avanti, attraverso la Biodanza, ho recuperato parti di libertà, autostima ed espressione che avevo già cercato di comprendere attraverso le parole.
La differenza è che nella danza non le stavo più soltanto comprendendo. Le stavo sperimentando.
Mettere una musica e lasciare che il movimento cominci senza decidere prima come dovrebbe essere. Accorgermi che un gesto vuole diventare più ampio. Sentire l’imbarazzo di essere vista e continuare comunque a muovermi. Scoprire piacere nel mio movimento senza chiedermi se quel movimento sia bello.
Se abbiamo imparato a percepire il nostro corpo anche attraverso lo sguardo degli altri, muoverci senza avere quello sguardo come riferimento principale può diventare un’esperienza concreta di libertà.
Non perché la danza ci renda automaticamente libere. Ma perché possiamo sentire nel corpo che esiste un altro modo di stare.
Ripenso allora a quella stanza di Londra, alle valigie appena appoggiate e alla musica accesa.
Non sapevo nulla di embodiment. Non avrei saputo spiegare perché avessi bisogno di ballare proprio in quel momento.
Sapevo però, senza avere ancora le parole per dirlo, qualcosa che avrei continuato a scoprire negli anni successivi.
La libertà non volevo soltanto pensarla. Volevo sentirla.
Bibliografia essenziale
- Iris Marion Young, On Female Body Experience: “Throwing Like a Girl” and Other Essays, Oxford University Press.
- Eugene T. Gendlin, Focusing, Bantam Books.
- Hillary L. McBride, Practices for Embodied Living: Experiencing the Wisdom of Your Body, W. W. Norton & Company.