Carolina Oro

Tornare ad abitare il corpo

Dallo sguardo all’ascolto: una via mindful all’embodiment

Nel primo articolo di questo percorso abbiamo osservato il modo in cui molte donne imparano a guardare il proprio corpo da fuori. Lo controlliamo, lo confrontiamo, cerchiamo di immaginare come viene visto. A volte la sorveglianza è evidente; altre volte è diventata così abituale da confondersi con il nostro modo di essere. Possiamo entrare in una stanza e, prima ancora di accorgerci se siamo a nostro agio, avere già verificato la pancia sotto il vestito, la postura, la luce sul viso.

Riconoscere lo sguardo che abbiamo interiorizzato è un passaggio importante. Rimane però una questione più intima e concreta: una volta compreso quanto tempo abbiamo trascorso a valutarci, come si recupera la familiarità con ciò che sentiamo?

La risposta non sta nel sostituire un giudizio negativo con l’obbligo di amarci. Anche l’amore per il corpo, quando diventa una richiesta permanente, può trasformarsi in un altro esame da superare. Ci sono mattine in cui il nostro aspetto ci piace e altre in cui facciamo più fatica. Ci sono corpi attraversati da malattie, dolore, cicatrici, cambiamenti ormonali. Chiedere a una donna di trovare bello tutto ciò che vive rischia di aggiungere fatica alla fatica.

Il movimento che mi interessa è più sobrio: passare, almeno ogni tanto, dal corpo che osserviamo al corpo dal quale viviamo.

Il corpo dal quale viviamo

La parola embodiment viene spesso tradotta con “incarnazione” o “esperienza incarnata”. Nessuna delle due espressioni restituisce del tutto la sua semplicità. L’embodiment femminile riguarda il fatto che la nostra esperienza non avviene in una mente separata: sentiamo, pensiamo, ci orientiamo e incontriamo gli altri attraverso un corpo. Non è un oggetto che portiamo con noi mentre viviamo. È il luogo concreto dal quale la vita ci accade.

La psicologa Niva Piran ha dedicato molti anni a studiare come questa relazione si costruisca e si restringa nel corso dello sviluppo femminile. Nella sua Developmental Theory of Embodiment, l’esperienza positiva del corpo comprende la possibilità di sentirlo dall’interno, muoversi con libertà, riconoscere desideri e bisogni, usare la propria voce, occupare spazio e agire nel mondo con un senso di efficacia. Conta anche il contesto: le relazioni e gli ambienti possono rispettare l’esperienza incarnata di una persona oppure insegnarle a diffidarne, ridurla o renderla secondaria.

Questo aiuta a capire perché il rapporto con il corpo sia molto più ampio dell’immagine corporea. Una donna può perfino considerarsi attraente e vivere comunque a distanza da sé. Può funzionare bene, essere efficiente, prendersi cura degli altri e accorgersi della propria stanchezza soltanto quando diventa impossibile ignorarla. Può mangiare seguendo regole precise senza sapere più chiaramente quando ha fame o quando è sazia. Può restare durante un incontro con le spalle contratte e il respiro corto, continuando a sorridere perché non trova una ragione abbastanza “seria” per andarsene.

Hillary McBride usa il termine disembodiment per descrivere questa separazione. Non si tratta necessariamente di una condizione vistosa o patologica. Si può essere molto competenti nella vita e poco presenti nel corpo. Anzi, in alcuni ambienti la capacità di ignorare fame, sonno, dolore e bisogno di pausa viene premiata come forza di volontà. Abbiamo imparato a chiamare disciplina ciò che, in certi momenti, è una perdita di contatto.

Tornare a sentire non equivale a considerare ogni sensazione una verità indiscutibile. Il corpo porta informazioni, insieme alla memoria delle esperienze vissute. Una contrazione può segnalare un limite attuale, riattivare una paura antica o contenere entrambe le cose. L’attrazione non garantisce che una relazione ci faccia bene; l’ansia non dimostra che una situazione sia pericolosa. Per orientarci servono anche pensiero, storia personale, contesto e confronto con la realtà. La maturità sta nell’includere ciò che sentiamo nel discernimento, senza consegnargli da solo tutto il potere decisionale.

Recuperare sensibilità

L’interocezione è la capacità di percepire i segnali che provengono dall’interno: il battito, il respiro, la temperatura, la fame, la tensione muscolare, l’attivazione o la quiete. Non è una dote spirituale. È una funzione umana, più accessibile in alcuni momenti e meno in altri. Può essere influenzata dalla storia personale, dallo stress, dal trauma, dalle condizioni di salute e anche dalle abitudini con cui abbiamo imparato a prestare attenzione.

La mindfulness può sostenere questa sensibilità quando viene intesa come una qualità della relazione con l’esperienza. Jon Kabat-Zinn ha descritto l’attenzione mindful come intenzionale e non giudicante. Nella pratica questo non comporta lo svuotamento della mente né una calma obbligatoria. Significa accorgersi di ciò che c’è con un po’ meno fretta di correggerlo.

Le ricerche che collegano mindfulness, consapevolezza interocettiva e rapporto con il corpo sono promettenti, pur non autorizzando conclusioni semplicistiche. Alcuni studi osservano associazioni con una migliore autoregolazione e una relazione corporea più rispettosa; altri mostrano che conta molto come prestiamo attenzione. Notare una sensazione con curiosità è diverso dal controllarla con apprensione. Catherine Cook-Cottone insiste proprio sull’integrazione: la cura di sé si costruisce quando riusciamo a mettere in relazione segnali interni, bisogni, contesto e scelte quotidiane.

Questo passaggio può cominciare in modo quasi banale. Durante una giornata piena ci accorgiamo di tenere la mandibola serrata. Prima di chiederci che cosa significhi, possiamo sentire per qualche secondo la pressione dei denti e vedere se la mascella desidera allentarsi. Nessuna rivelazione, nessuna interpretazione sofisticata. Soltanto un’informazione che torna disponibile.

Anche davanti allo specchio è possibile spostare per un istante il fuoco dell’attenzione. Nel momento in cui parte il commento sull’aspetto, possiamo domandarci come poggiano i piedi, com’è il respiro, se abbiamo caldo. Il giudizio potrebbe restare lì. L’obiettivo non è farlo sparire, anche se avvolte accade proprio questo, bensì ricordare che in quello stesso corpo esiste un’esperienza più vasta della sua immagine riflessa.

Con il tempo questa sensibilità può modificare la qualità delle scelte. Riconosciamo prima la stanchezza e non soltanto il crollo. Ci accorgiamo che una certa attività ci dà vitalità, mentre un’altra ci prosciuga. Il corpo torna a partecipare alla conversazione.

Dove comincia un confine

Molti confini vengono formulati con le parole solo dopo essere comparsi nel corpo. Qualcuno si avvicina e sentiamo il desiderio di arretrare. Durante una conversazione il respiro cambia; davanti a una richiesta avvertiamo una tensione che precede la risposta educata. Altre volte il movimento va nella direzione opposta: ci rilassiamo, desideriamo restare, sentiamo piacere nel contatto.

Essere presenti a questi segnali ci offre un elemento in più. Non ci obbliga ad agire immediatamente né stabilisce che l’altra persona abbia fatto qualcosa di sbagliato. Un irrigidimento può avere molte origini e merita di essere compreso. Tuttavia, ignorarlo per abitudine ci priva di una parte dell’esperienza. Se il corpo deve alzare sempre di più la voce per essere ascoltato, finiamo per accorgerci del limite quando siamo già sfinite o quando il disagio è diventato risentimento.

Qui la responsabilità emotiva assume una forma molto concreta. Posso riconoscere che la vicinanza di qualcuno mi mette in allarme senza attribuirgli automaticamente l’intenzione di invadermi. Posso anche chiedere più distanza, prendendomi cura della mia reazione mentre cerco di comprenderla. Il confine non è una sentenza sull’altro; descrive ciò che posso vivere, offrire o ricevere in un dato momento.

Kristin Neff ha ampliato il discorso sulla self-compassion mostrando la sua dimensione più ferma, che definisce fierce self-compassion. Siamo abituate ad associare la compassione alla dolcezza, mentre la cura include anche protezione. A volte la risposta compassionevole consiste nel riposare; in altri casi consiste nel dire che un contatto deve fermarsi, chiedere aiuto o smettere di subordinare sistematicamente un bisogno.

Applicata al corpo, la self-compassion non richiede di guardare una cicatrice, un aumento di peso o un cambiamento sessuale e dichiararlo meraviglioso. La domanda è più onesta: posso stare con questo corpo senza diventare ogni giorno il suo giudice? Posso occuparmi di ciò che sta vivendo anche quando non mi piace? E posso lasciare aperta la possibilità che, nel tempo, anche questo dispiacere cambi forma?

Dall’essere desiderabile all’essere desiderante

Una parte consistente dell’educazione femminile ci abitua a domandarci se siamo desiderabili. La domanda può accompagnare il modo di vestirci, di muoverci, perfino di vivere l’intimità. È possibile essere impegnate a capire come appariamo durante un rapporto sessuale al punto da perdere contatto con le sensazioni che lo rendono desiderato, indifferente o sgradevole. Lo sguardo esterno entra nella stanza e occupa parecchio spazio, anche quando siamo sole con qualcuno che amiamo.

Essere desideranti è un’altra esperienza. Richiede accesso a ciò che ci attira e ci dà piacere, insieme alla libertà di scoprire che può cambiare. Il desiderio non coincide soltanto con la sessualità. Può esprimersi nella voglia di nuotare, nella consistenza di un cibo, nel bisogno di silenzio, nel piacere di sentire le gambe forti durante una camminata. Recuperarlo significa riconoscere che il corpo non esiste unicamente per essere visto e scelto: partecipa a ciò che scegliamo.

Audre Lorde ha restituito all’erotico un significato molto più ampio di quello a cui viene abitualmente ridotto. Nel suo saggio Uses of the Erotic: The Erotic as Power lo presenta come una fonte di conoscenza e di pienezza sentita, capace di informarci sulla qualità della vita che viviamo. La sua prospettiva nasce da un preciso pensiero femminista, nero e lesbico, che sarebbe scorretto rendere neutro. Allo stesso tempo, la domanda che apre resta feconda: che cosa succede quando una donna riconosce il proprio piacere come un’informazione degna di attenzione?

Non tutto ciò che procura piacere ci fa bene, così come non tutto ciò che ci fa bene è piacevole nell’immediato. Il piacere non sostituisce il discernimento. Ci aiuta però a uscire da una relazione con il corpo fondata soltanto su correzione e sacrificio. “Che cosa sarebbe piacevole per il mio corpo, adesso?” può ricevere una risposta minima: togliere una scarpa stretta, bere qualcosa di fresco, ascoltare una musica che mette in movimento. Può anche non riceverne alcuna. A molte di noi serve tempo per riconoscere un desiderio senza valutarne subito la legittimità o l’utilità.

La differenza fra desiderabilità e desiderio tocca anche l’agency, cioè la possibilità di sentire che possiamo agire e incidere sulla nostra esperienza. Nella teoria di Piran, voce, movimento, piacere e capacità di occupare spazio appartengono allo stesso processo. Un corpo abitato non è necessariamente sicuro di sé, agile o privo di vergogna. È un corpo la cui esperienza ha cittadinanza nelle decisioni della persona.

Conoscere il corpo che c’è oggi

Il rapporto corporeo non si decide una volta per tutte durante l’adolescenza. Le ricerche di Piran sulle donne adulte mostrano percorsi diversi, nei quali le pressioni culturali continuano ad avere peso mentre possono crescere anche autonomia, capacità critica e connessione con la propria esperienza. La maturità non garantisce libertà. Può portare perdite, spaesamento e un confronto duro con l’immagine che avevamo di noi. Contiene però anche la possibilità di costruire un rapporto nuovo.

Premenopausa e menopausa rendono questo lavoro particolarmente evidente. Il corpo che conoscevamo cambia temperatura, sonno, energia, composizione e talvolta sessualità. Alcuni mutamenti sono lievi, altri incidono profondamente sulla vita quotidiana. Raccontare questo passaggio soltanto come declino ne impoverisce la complessità; idealizzarlo come rinascita rischia di non fare giustizia a chi lo attraversa con fatica.

La domanda utile diventa: come posso conoscere il corpo che ho oggi? Potrei scoprire che il riposo di cui ho bisogno non è quello di dieci anni fa, che il desiderio ha tempi diversi, che alcuni movimenti mi sostengono e altri richiedono adattamento. C’è dignità nel concedere al corpo presente di essere il termine della relazione, invece di sottoporlo continuamente al confronto con una sua versione precedente.

Lo sto imparando anch’io nel rapporto con un corpo che cambia. Per molti anni ho saputo ascoltarlo soprattutto dentro pratiche intenzionali: la meditazione, il movimento, momenti dedicati alla consapevolezza. La parte meno romantica è stata portare quell’ascolto nella vita ordinaria, quando avrei preferito continuare, essere disponibile o rispettare l’immagine che avevo delle mie possibilità. Riconoscere un limite non mi è sempre sembrato un gesto di saggezza; qualche volta mi è sembrato semplicemente scomodo. Proprio lì ho compreso che la presenza corporea non si misura dalla qualità di una pratica, ma dal posto che ciò che sento riesce ad avere nella vita reale.

Una spiritualità con un corpo

Marion Woodman ha esplorato a lungo il legame fra corpo, psiche, perfezionismo e controllo. Nel suo lavoro ritorna una critica a quella spiritualità che cerca elevazione separandosi dalla materia, come se vulnerabilità, sessualità, fame, età e mortalità fossero ostacoli da superare. È una questione importante anche per la prospettiva transpersonale. Se l’apertura della coscienza ci rende meno capaci di sentire i limiti o più inclini a ignorare il dolore, rischia di diventare una forma raffinata di distanza da noi stesse.

Il transpersonale non comincia dove finisce il corpo. La coscienza prende forma anche attraverso il respiro, la postura, la sensibilità e la relazione. Judith Blackstone, con il suo lavoro sulla presenza incarnata, ha descritto una consapevolezza che può essere sperimentata dentro l’esperienza fisica ed emotiva, senza collocarsi come un osservatore lontano. Questa prospettiva cambia anche il senso della contemplazione: non una fuga verso uno stato superiore, ma una presenza capace di includere la concretezza di ciò che siamo.

Includere il corpo non significa rivolgere l’attenzione all’interno in ogni momento. Sarebbe estenuante e, per alcune persone, persino destabilizzante. L’embodiment non è ipervigilanza né una prestazione contemplativa. Non dobbiamo interpretare ogni variazione del battito o diventare “brave a sentire”. A volte essere nel corpo consiste semplicemente nel cambiare posizione perché una gamba si è addormentata. Anche distrarsi, pensare e rivolgersi al mondo appartengono alla vita incarnata.

La relazione cresce per avvicinamenti. Possiamo fermarci qualche secondo prima di attribuire un significato a una sensazione. Possiamo riportare l’attenzione ai piedi quando lo specchio attiva un giudizio. Possiamo chiederci ogni tanto che cosa darebbe al corpo un poco di agio o vitalità. Sono porte d’ingresso, non compiti quotidiani da eseguire bene. Se una pratica corporea aumenta ansia, dissociazione o disagio, è ragionevole ridurla, scegliere un ancoraggio esterno o cercare un accompagnamento competente. La presenza non si costruisce forzando l’accesso.

Abitare il corpo resta una relazione viva e discontinua. Ci saranno giorni in cui sentiremo con chiarezza ciò che desideriamo e altri in cui torneremo a valutarci con gli occhi di sempre. Potremo accorgerci tardi di essere stanche, dire sì quando avremmo voluto prendere tempo, confondere un bisogno con una regola imparata. La consapevolezza comprende anche la possibilità di riconoscere questi movimenti senza farne la prova di un nuovo fallimento.

Il corpo non ci chiede una riconciliazione perfetta. Continua a offrirci esperienza: il peso dei piedi a terra, un limite che prende forma, il piacere che ritorna inaspettato, la necessità di cambiare ritmo. Imparare a ricevere queste informazioni, integrandole con tutto ciò che sappiamo di noi e della nostra storia, rende il corpo meno simile a un’immagine da amministrare e più vicino al luogo concreto in cui stiamo vivendo.


Per approfondire:

Niva Piran, Journeys of Embodiment at the Intersection of Body and Culture: The Developmental Theory of Embodiment, Academic Press, 2017.

Kristin Neff, La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi, FrancoAngeli, 2019.

Audre Lorde, Sorella outsider. Scritti politici, Meltemi, 2022.

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Se desideri continuare questa esplorazione, puoi ascoltare i capitoli del podcast dedicati al Corpo. Accompagno inoltre le donne attraverso percorsi individuali di counseling, online e in presenza, e nei ritiri dedicati alla Geografia del femminile consapevole.

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