Carolina Oro

Riprenderci il corpo

Disimparare lo sguardo con cui abbiamo imparato a vederci

A volte è una fotografia a rivelare qualcosa del nostro rapporto con il corpo femminile. Nel momento dello scatto tiriamo dentro la pancia, raddrizziamo le spalle, sistemiamo la maglietta, cerchiamo l’angolazione che ci sembra più favorevole. Sono movimenti rapidi, entrati da così tanto tempo nelle nostre abitudini da non sembrarci più degni di attenzione.

Lo stesso accade altrove. Una gonna rimane nell’armadio perché pensiamo che non sia più adatta alla nostra età. Al mare scegliamo il modo migliore per coprire il ventre. In piscina, prima ancora di immaginare la sensazione dell’acqua sulla pelle, può affacciarsi il pensiero di come saremo viste.

Sono episodi piccoli, quotidiani. Proprio per questo raccontano quanto profondamente alcuni criteri siano entrati nel nostro modo di vivere il corpo.

La domanda non è soltanto se ci piacciamo oppure no. Viene prima: quando abbiamo imparato a guardarci in questo modo?

Non siamo nate sapendo che una pancia dovrebbe essere piatta, che un seno possiede una misura più desiderabile di un’altra, che alcune gambe possono mostrarsi e altre dovrebbero farlo con prudenza. Non siamo nate conoscendo la proporzione di un “naso giusto”, né l’età oltre la quale una donna dovrebbe cominciare a rendersi più discreta.

Questi significati si apprendono, spesso senza che nessuno abbia bisogno di insegnarceli apertamente. Li assorbiamo osservando ciò che viene apprezzato e ciò che viene criticato, le immagini che ci circondano, i commenti familiari, il modo in cui le donne parlano di se stesse, ciò che viene definito bello, eccessivo, trascurato, giovanile o inadatto.

Con il tempo smettiamo di percepire tutto questo come qualcosa che abbiamo appreso. Diventa semplicemente il nostro modo di vedere.

Siamo esseri relazionali e culturali. Cresciamo dentro una lingua, una famiglia, un’epoca, una rete di relazioni e di immagini. Il problema non è essere condizionate: non esiste uno sguardo completamente incontaminato attraverso cui conoscere noi stesse.

Il problema comincia quando ciò che abbiamo appreso diventa talmente intimo da sembrarci naturale, inevitabile, completamente nostro.

C’è una differenza importante tra pensare sono fatta così e riuscire a riconoscere che, almeno in parte, ho imparato a guardarmi così. La seconda affermazione non cancella ciò che sentiamo. Ci permette però di interrogarlo.

Il corpo osservato

Nel 1997 le psicologhe Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts formularono la Objectification Theory, descrivendo come, in contesti nei quali il corpo femminile viene frequentemente osservato e valutato, ragazze e donne possano progressivamente interiorizzare la prospettiva di chi guarda. Si impara, in un certo senso, a osservarsi mentre si vive.

Entriamo in una stanza e, insieme alla percezione di essere lì, compare la consapevolezza di come appariamo. Sedendoci pensiamo alla pancia. Durante una fotografia correggiamo la postura. Nell’intimità, mentre una parte di noi sente il contatto, un’altra può essere occupata a immaginare il corpo visto dall’esterno.

Quando questa auto-osservazione diventa abituale, l’esperienza tende a sdoppiarsi. Il corpo viene percepito sempre meno soltanto per ciò che sente e sempre più anche per ciò che mostra.

Non accade nello stesso modo a tutte le donne, né in ogni momento della vita. Ma Fredrickson e Roberts hanno dato un nome a qualcosa che va ben oltre la vanità. La sorveglianza del corpo richiede attenzione ed energia. Quando una parte consistente della nostra presenza è impegnata a valutare come appariamo, possono diventare meno accessibili altre informazioni: fame, stanchezza, comodità, forza, piacere, desiderio.

La questione, quindi, non riguarda soltanto l’immagine corporea. Riguarda il modo in cui viviamo dentro il corpo.

Come si costruisce una relazione con il corpo

Il lavoro della psicologa Niva Piran sposta ulteriormente la prospettiva.

Nella sua Developmental Theory of Embodiment, sviluppata attraverso molti anni di ricerca con ragazze e donne, Piran descrive l’esperienza corporea come qualcosa che prende forma nell’interazione fra corpo, relazioni, cultura e condizioni sociali. Non costruiamo il rapporto con il nostro corpo in isolamento.

Durante la crescita apprendiamo molto più di semplici criteri estetici. Impariamo quanto liberamente possiamo muoverci, quanto spazio possiamo occupare, se possiamo fidarci delle nostre sensazioni, come viene accolta la nostra voce, quale rapporto possiamo avere con il desiderio, quanto ci è consentito essere visibili, forti o scomode.

Piran osserva anche ciò che può restringere progressivamente questa esperienza: la sorveglianza dell’aspetto, la pressione ad aderire a determinati ideali, la limitazione della libertà di movimento, la restrizione della voce e dell’agency, l’allontanamento dalle sensazioni interne e la crescente esperienza del corpo attraverso gli occhi degli altri.

Da questa prospettiva, una ragazza che cresce sana e vitale può arrivare durante l’adolescenza a percepire alcune caratteristiche del proprio corpo come errori. Il naso diventa troppo importante, il seno troppo piccolo, le cosce troppo grandi, la pelle imperfetta.

A diciotto o vent’anni può desiderare di modificare qualcosa. Quella scelta non ci dice, dall’esterno, quanto sia libera, giusta o consapevole.

Possiamo però fare un passo indietro e domandarci: quando quel naso ha cominciato a sembrarle un problema?

La domanda non serve a delegittimare il desiderio di cambiarlo. Serve a ricordarci che anche il desiderio ha una storia.

Quando scopriamo che uno sguardo è uno sguardo

Sono cresciuta in Argentina, in un contesto nel quale, nella mia esperienza, l’attenzione verso la bellezza femminile era molto presente. Alcuni criteri estetici potevano facilmente assumere l’apparenza dell’universalità: non sembravano un particolare modo di pensare il corpo, sembravano semplicemente realtà.

È difficile riconoscere un codice culturale mentre vi siamo completamente immerse.

Per me una prima distanza si è creata negli anni universitari a Londra, entrando in contatto con ambienti, donne e movimenti femminili e femministi che parlavano del corpo e dell’identità in modi diversi da quelli che avevo conosciuto.

Non fu una liberazione improvvisa. Piuttosto, cominciò a emergere un dubbio: alcune delle cose che avevo considerato vere sul mio corpo erano anche cose che avevo imparato a pensare.

Sapere che uno sguardo è condizionato, naturalmente, non basta a farlo scomparire. Possiamo comprendere il funzionamento degli ideali estetici e continuare a confrontarci con altre donne; sapere che l’invecchiamento appartiene alla vita e sentirci turbate da una trasformazione del volto; riconoscere l’origine di un giudizio e continuare a sentirne il peso.

Anni di apprendimento non scompaiono perché li abbiamo compresi.

La consapevolezza può però modificare la relazione che abbiamo con essi. Una convinzione che prima coincideva completamente con noi comincia a diventare qualcosa che possiamo osservare.

Quando il giudizio sul corpo restringe la vita

Il problema del sentirsi poco belle non rimane necessariamente confinato davanti allo specchio.

Una donna il cui corpo non corrisponde ai modelli estetici dominanti può cominciare col non piacersi e finire, lentamente, per rinunciare a parti della propria esperienza. Alcuni vestiti scompaiono dal guardaroba, le fotografie vengono evitate, il mare richiede strategie di copertura, ballare diventa una forma di esposizione. Nell’intimità alcune posizioni vengono scartate non perché non siano piacevoli, ma perché mostrano troppo.

A quel punto non è più soltanto una questione di bellezza. È una riduzione della libertà corporea.

Una delle confusioni più profonde riguarda sensualità e desiderabilità. Essere considerate desiderabili e avere la capacità di desiderare sono esperienze diverse.

Quando impariamo a domandarci soprattutto piaccio?, la domanda che cosa mi piace? può diventare secondaria.

Una donna può sentirsi distante dai canoni dominanti senza avere perduto sensualità, piacere o desiderio. Può però smettere progressivamente di accedervi se ha imparato che il diritto a sentirsi sensuale dipende prima di tutto dalla propria desiderabilità agli occhi degli altri.

Il secondo articolo entrerà più profondamente proprio qui: nel corpo come esperienza, e non soltanto come immagine. Prima, però, abbiamo bisogno di vedere quanto facilmente l’immagine può prendere il posto dell’esperienza.

Il corpo che cambia

Premenopausa, menopausa e maturità rendono spesso questa tensione ancora più evidente.

Il corpo cambia realmente. Possono modificarsi il peso e la sua distribuzione, la pelle, il seno, i capelli, il sonno, l’energia e la sessualità. Non tutte le trasformazioni sono piacevoli e non c’è alcun bisogno di trasformarle in un racconto edificante.

Possiamo sentire nostalgia per il corpo di qualche anno prima, faticare a riconoscerci, sentirci meno belle. Possiamo provare ambivalenza rispetto a un corpo che cambia mentre interiormente non percepiamo una cesura altrettanto netta.

Alla dimensione biologica se ne sovrappone facilmente un’altra: la sensazione di stare uscendo dallo spazio culturalmente associato alla desiderabilità.

È allora che compaiono pensieri come: posso ancora mostrare le gambe? Questo vestito è adatto alla mia età? Posso sentirmi sensuale senza sembrare fuori luogo? La formula “alla mia età” contiene spesso più regole di quante ricordiamo di avere scelto.

La domanda non è se una donna debba sentirsi bella o sensuale in ogni fase della vita. Anche questo diventerebbe rapidamente un altro modello.

Piuttosto: quanto del nostro rapporto con il corpo che invecchia nasce dall’esperienza diretta di quel cambiamento e quanto dalla storia culturale che abbiamo imparato ad associargli?

Il corpo e ciò che impariamo a leggerci sopra

Negli ultimi anni della sua vita, Michela Murgia ha portato il corpo dentro lo spazio pubblico in un modo difficile da separare dal resto del suo pensiero. Il corpo malato, trasformato, esposto allo sguardo e ai commenti altrui non veniva nascosto né reso più rassicurante.

Nel materiale confluito poi in Ricordatemi come vi pare. In memoria di me, Murgia afferma di non aver mai pensato di mostrarsi diversa da come era per compiacere qualcuno. È una frase che acquista una particolare intensità se accostata al modo in cui ha scelto di attraversare pubblicamente la malattia e le trasformazioni del proprio corpo.

Michela Murgia è stata una donna straordinaria ma dobbiamo necessariamente trasformare la sua postura in un nuovo ideale di coraggio. Mi interessa ciò che lei rende visibile: la distanza possibile fra il corpo e tutte le interpretazioni che gli altri — e noi stesse — impariamo ad applicargli.

Una ruga appartiene alla pelle. L’idea che rappresenti trascuratezza, fascino, decadimento, esperienza oppure qualcosa da correggere appartiene anche al sistema di significati con cui abbiamo imparato a leggerla.

Lo stesso vale per una cicatrice, i capelli bianchi, la cellulite, un seno piccolo o molto grande, una pancia morbida.

Il corpo possiede una realtà materiale, biologica, concreta. Il valore che attribuiamo alle sue forme e alle sue trasformazioni, invece, non nasce soltanto dalla biologia.

Quando questi significati vengono interiorizzati abbastanza profondamente, smettono persino di sembrarci significati. Sembrano fatti.

Quando il disagio corporeo incontra un mercato

Il rapporto contemporaneo con il corpo non può essere separato dalla sua dimensione economica.

Secondo la Global Survey 2024 dell’International Society of Aesthetic Plastic Surgery, nel mondo sono state effettuate più di 17,4 milioni di procedure estetiche chirurgiche e circa 20,5 milioni di procedure non chirurgiche: quasi 38 milioni complessivamente. Nell’arco di quattro anni, l’aumento complessivo rispetto al 2020 è stato del 42,5 per cento.

Numeri di questa grandezza mostrano che non siamo davanti soltanto a vicende individuali. Intorno al corpo esiste un sistema economico vastissimo fatto di cosmetica, fitness, diete, trattamenti anti-aging, medicina e chirurgia estetica, tecnologie e piattaforme visive.

Il dato, tuttavia, non racconta le storie delle singole persone.

Dietro una procedura estetica possono esserci desiderio, piacere, ricostruzione, insicurezza, sofferenza o più motivazioni insieme. Una donna può scegliere la medicina estetica con grande consapevolezza; un’altra può non modificare mai il proprio corpo e vivere comunque sotto una sorveglianza continua e dolorosa.

Il punto non è stabilire cosa una donna debba o non debba fare al proprio corpo. È interrogare la relazione dalla quale nasce quella scelta.

Sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il modo in cui disagio e mercato possono alimentarsi reciprocamente. Quando esiste un’insicurezza, quasi sempre esiste anche un prodotto, un trattamento o un servizio che promette di ridurla.

Che cosa accade quando un disagio nella relazione con il nostro corpo incontra continuamente qualcuno disposto a venderci una soluzione?

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024, che ha analizzato 25 studi e oltre 13.000 partecipanti, ha rilevato associazioni fra esposizione e comportamenti sui social media centrati sull’immagine, insoddisfazione corporea e maggiore considerazione delle procedure cosmetiche. Come sempre in questo tipo di studi, associazione non significa causalità: non possiamo concludere che i social “producano” direttamente quelle scelte. Possiamo però riconoscere il contesto nel quale oggi impariamo a vedere e confrontare i nostri corpi.

Rimane allora una domanda non semplice: modificare ciò che vediamo modifica necessariamente il modo in cui ci sentiamo dentro il nostro corpo?

A volte può accadere. A volte soltanto in parte. La risposta non può essere la stessa per tutte.

Non sostituire un ideale con un altro

Nel tentativo di sottrarci a determinati modelli possiamo facilmente costruirne di nuovi.

Al vecchio imperativo devi essere bella rischia di sostituirsi devi amare il tuo corpo così com’è. Cambia il contenuto, rimane la richiesta di riuscire a essere la donna giusta.

La consapevolezza corporea non consiste in questo.

Possiamo voler dimagrire, tingerci i capelli, fare un trattamento estetico, avere paura di invecchiare, non amare una trasformazione del nostro corpo. Possiamo continuare a confrontarci con altre donne senza che questo ci renda automaticamente meno consapevoli.

Diventare consapevoli non significa diventare immuni dalla cultura. Significa riuscire a riconoscere un po’ meglio le forze che partecipano alle nostre scelte, accorgerci che alcuni giudizi vengono da lontano e distinguere, quando è possibile, ciò che desideriamo da ciò a cui abbiamo imparato a conformarci.

A volte la distinzione sarà chiara. Altre volte resterà ambigua.

Se abbiamo trascorso quarant’anni guardandoci attraverso determinati criteri, non abbiamo bisogno di un altro giudice che ci rimproveri perché non siamo abbastanza libere. Senza compassione, anche la consapevolezza può diventare un nuovo strumento di controllo.

Una ribellione senza nemici

Forse è questo il tipo di ribellione che mi interessa: non una ribellione contro qualcuno, ma contro l’automatismo.

Accorgerci che stiamo pensando alla mia età non posso più metterlo e chiederci da dove arriva quella certezza. Notare il gesto con cui nascondiamo la pancia in una fotografia. Riconoscere che stiamo confrontando il corpo di oggi con quello di vent’anni fa come se il secondo fosse la versione corretta e il primo un progressivo allontanamento.

Non è necessario reagire facendo il contrario.

Potremmo arrivare alla stessa scelta anche dopo averla interrogata. Potremmo decidere che quella gonna non ci piace più, voler dimagrire o desiderare un trattamento estetico. La libertà non si misura dalla scelta visibile.

Ciò che cambia è la possibilità di sapere un po’ meglio da dove stiamo scegliendo.

La consapevolezza non promette di liberarci completamente dai condizionamenti. Introduce una distanza sufficiente per poterli riconoscere e, qualche volta, non seguirli.

È una libertà più modesta di quella che spesso ci viene promessa. Forse proprio per questo è più reale.

Riprenderci il corpo

Riprenderci il corpo non significa arrivare ad amarlo in ogni sua forma, né rinunciare alla bellezza o al piacere di essere viste. Siamo esseri relazionali e lo sguardo degli altri continuerà ad avere un significato.

La questione è quanto spazio occupa.

Se la domanda come appaio? diventa predominante, può finire per coprirne altre: come sto? Che cosa sento? Che cosa desidero? Che cosa mi piace? Che cosa non voglio più?

Prima di qualsiasi pratica di embodiment o mindfulness esiste forse un passaggio preliminare: riconoscere la qualità dello sguardo con cui osserviamo il nostro corpo.

Non per correggerlo immediatamente, né per sostituirlo con uno sguardo più giusto. Per capire che non tutto ciò che pensiamo di noi è nato con noi.

Tra sono fatta così e ho imparato a guardarmi così si apre una possibilità di discernimento. Non dobbiamo disimparare tutto, né liberarci completamente da ciò che ci ha formate. Possiamo però cominciare a distinguere ciò che continua ad appartenerci da ciò che forse non ci corrisponde più.

Alcuni automatismi rimarranno anche dopo essere stati riconosciuti. Alcune vecchie voci continueranno a tornare.

La differenza è che cominciamo a sentirle come voci, non necessariamente come verità.

Il passo successivo parte da qui.

Se abbiamo trascorso molti anni imparando a vedere il corpo soprattutto dall’esterno, come possiamo recuperare anche l’altra direzione dell’esperienza?

Prima di tornare ad abitare il nostro corpo, può essere necessario riconoscere i modi in cui abbiamo imparato ad allontanarcene.

Se smettessimo per un momento di guardare il corpo da fuori, come potremmo tornare a sentirlo da dentro?

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Per approfondire

  • Niva Piran, Journeys of Embodiment at the Intersection of Body and Culture, 2017.
  • Barbara L. Fredrickson, Tomi-Ann Roberts, “Objectification Theory: Toward Understanding Women’s Lived Experiences and Mental Health Risks”, 1997.
  • Michela Murgia, Ricordatemi come vi pare. In memoria di me, 2024.

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Se desideri continuare questa esplorazione, puoi ascoltare i capitoli del podcast dedicati al Corpo. Accompagno inoltre le donne attraverso percorsi individuali di counseling, online e in presenza, e nei ritiri dedicati alla Geografia del femminile consapevole.

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